Nei secoli XVII e XVIII  fiorì a Trapani una notevole produzione di opere realizzate da esperti maestri che applicando il corallo ora sull’oro, ora sul rame, crearono preziosi gioielli e pregevoli oggetti sia di uso liturgico che domestico.
La storia del corallo trapanese ha però origini molto più lontane e già nel secolo XII il viaggiatore arabo Idrisi rilevava la pregiata qualità del rosso materiale. Le scoperte di banchi avvenute tra il 1416  e il 1418 nel mare di Trapani e nel 1439 nei pressi di San Vito Lo Capo, determinarono l’immigrazione di famiglie di religione ebraica, provenienti dal Maghreb che contribuirono alla lavorazione e alla commercializzazione sui vari mercati d’Italia. Dopo l’espulsione del 1492 alcuni conversi rimasero a lavorare e i loro figli ne continuarono l’attività.
Nei Capitoli delle grazie e dei privilegi del 1418 veniva specificato inoltre che già da molto tempo, nel mare di Trapani, si era soliti pescare il corallo. I pescatori corallai solcavano il mare, alla ricerca di banchi, con i loro ligudelli, ossia barche attrezzate che trascinavano l’ingegno, una grossa “croce di Sant’Andrea”, di legno a bracci uguali, appesantita da massi di pietra, alla quale erano legate reticelle destinate a raccogliere il corallo.   
Quando tra il 1530 e il 1535 vennero ritrovati a Tabarca nuovi banchi si ebbe un notevole incremento dell’arte del corallo trapanese: dalla realizzazione di palline e piccoli elementi si passò via via alla produzione di opere di sempre più elevato pregio artistico, che raggiunse il momento di massimo splendore nei secoli XVII e XVIII.
La lavorazione del corallo era riservata ai maestri corallari e agliscultori: i primi lo pulivano togliendo la patina arancione (cenosarco) con raschetti in ferro e pietra molare, lo tagliavano con la tenaglia e lo lavoravano con la lima e con la mola di pietra, fino a ridurlo in piccoli elementi o sferette che venivano bucate con il fusellino, per poi essere destinate alla confezione di collane, bracciali e rosari. Agli scultori spettava il compito di lavorare i rami più grossi per creare, con il bulino, piccole sculture o cammei di elevato pregio artistico.
Nelle mani dei valenti maestri trapanesi il corallo, al quale fin dall’antichità si attribuivano proprietà terapeutiche e virtù apotropaiche, si trasformava così in vere e proprie opere d’arte, spesso destinate a personaggi importanti, come la dispersa Montagna di corallo, inviata nel 1570 al re Filippo II di Spagna dal viceré di Sicilia, o il capezzale con la Madonna di Trapani, forse donato a Vittorio Amedeo di Savoia in occasione dell’incoronazione avvenuta a Palermo nel 1713, ora esposto nel Museo Interdisciplinare Regionale “Agostino Pepoli" di Trapani.
La tecnica più antica per applicare baccelli, virgolette, puntini, linguette di corallo sul rame precedentemente forato, è quella del retroincastro, consistente nel fissare dal retro i piccoli elementi di corallo con una speciale colla formata da pece, cera e tela, e poi nel  ricoprire  (sempre il retro) con un’altra lastra di rame, spesso ornata  con incisioni e punzonature. Le superfici degli oggetti venivano interamente riempite di corallo, ripetendo un’antica consuetudine arabo-islamica di decorazione “a tappeto”.
Sul finire del secolo XVII i maestri trapanesi cambiano tecnica utilizzando la cucitura attraverso fili metallici e piccoli perni: una tecnica più semplice ma meno sicura in quanto i coralli si staccano più facilmente dal rame. I piccoli elementi corallini da semplici sfere, olivette e virgole diventano ricercate foglie di acanto, sinuose volute, arricciati motivi floreali e vegetali, rispondenti al gusto tardo barocco e rococò. Si arricchiscono anche le tipologie degli oggetti: compaiono trionfi, presepi, macchine, ricche composizioni spesso ispirate ad opere di architetti.
Una menzione particolare merita nell’arte del corallo trapanese fra Matteo Bavera, un frate laico francescano, che eseguì nel 1633 la straordinaria lampada pensile, ora conservata nel Museo Pepoli di Trapani dove pure si trova il singolare Crocefisso, realizzato in un unico pezzo di corallo, che gli viene tradizionalmente attribuito.
Con la diminuzione nel Mediterraneo della materia prima e con il tramonto nell’Ottocento delle varie forme di artigianato, si avvertirono anche a Trapani i sintomi del declino dell’arte.
A rinnovarne l’interesse, negli anni ’80 del secolo scorso, contribuì notevolmente la suggestiva mostra internazionale su L’arte del corallo in Sicilia, tenutasi al Museo Pepoli nel 1986, nella quale furono esposti  incantevoli capolavori, provenienti da collezioni e musei nazionali ed esteri. Giovani maestri da allora ne hanno rilanciato la lavorazione e con entusiasmo hanno “riaperto” botteghe in città creando con tecniche tradizionali, sofisticati gioielli, presepi, sculture, oggetti di pregio.

(Lina Novara)